Quanto si legge in Italia e nel mondo: i dati reali a confronto

Quanto si legge in Italia
Indice

Se provate a cercare quanto si legge in Italia, vi imbatterete in quattro numeri diversi, tutti corretti. È utile partire da qui, perché gran parte della confusione sull’argomento nasce proprio dal mettere insieme dati che, in realtà, misurano fenomeni differenti.

Nel 2024, secondo la rilevazione Istat, il 57,1% delle persone dai sei anni in su ha letto almeno un libro nei dodici mesi precedenti, per qualsiasi motivo: svago, lavoro o studio. Sono esclusi soltanto i libri scolastici obbligatori, mentre sono compresi libri digitali e audiolibri. Si tratta di circa 32 milioni di persone. Nel 2000, utilizzando lo stesso criterio, la quota era del 60,0%: una diminuzione progressiva, dunque, più che un crollo improvviso.

Un dato molto diverso, ma riferito a un’altra rilevazione, è il 35,4% registrato nel 2022 tra le persone dai sedici anni in su nell’indagine EU-SILC. In questo caso viene chiesto quanti libri siano stati letti attraverso quattro fasce: nessuno, meno di cinque, da cinque a nove, dieci o più. La percentuale dei lettori si ottiene sottraendo da cento quella di chi dichiara di non aver letto alcun libro.

C’è poi il 73% rilevato dall’Associazione Italiana Editori sulla popolazione tra i 15 e i 74 anni, attraverso un panel di consumatori.

Infine compare il 40,5%, riferito alla lettura nel tempo libero e potenzialmente più vicino alla vecchia serie storica dell’Istat. Non lo prenderemo però in considerazione: non compare nel comunicato stampa dell’Istat e non siamo riusciti a verificarne la fonte in modo sufficientemente solido. Quando un dato non è verificabile, è più corretto lasciarlo fuori.

Questi numeri, quindi, non sono in contraddizione: si riferiscono a popolazioni, domande, metodologie e anni differenti. Il punto è che non possono essere utilizzati indistintamente per rispondere alla stessa domanda.

Se vogliamo capire come si colloca l’Italia rispetto agli altri Paesi europei, serve un dato costruito secondo un criterio comune: stessa domanda, stessa metodologia e stesso periodo di rilevazione. È il caso del 35,4%, che consente di confrontare l’Italia con gli altri Paesi dell’Unione Europea. Ed è su questo dato che si può costruire la classifica europea della lettura.

La classifica vera

La media dell’Unione europea è 52,8%. In testa ci sono il Lussemburgo con il 75,2%, la Danimarca con il 72,1% e l’Estonia con il 70,7%. Poi vengono Norvegia, Finlandia, Svezia e Paesi Bassi, tutti fra il 67% e il 71%. La Francia è al 61,6%, la Spagna al 54,2%.

L’Italia è al 35,4%, terzultima fra i ventisette. Sotto di noi restano solo la Romania (29,5%) e Cipro (33,1%).

Sono diciassette punti sotto la media europea e trentasette sotto la Danimarca. Capita spesso di vedere il nostro 57,1% affiancato al 72,1% danese: non è un confronto più ottimista, è un confronto sbagliato, che nasconde oltre venti punti di divario reale.

Una nota su chi manca. In questa classifica la Germania non c’è, e non per distrazione: non ha fornito il dato a Eurostat e non esiste una rilevazione nazionale tedesca equivalente, visto che le statistiche del Börsenverein contano gli acquirenti di libri, che è un’altra cosa. Se trovate una tabella europea con la Germania dentro questa serie, quella tabella sta mescolando fonti.

C’è poi un secondo livello di divario, che non riguarda quante persone leggono, ma quanto. Fra gli italiani, l’11,3% ha letto dieci libri o più in un anno. In Finlandia è il 22,7%, cioè il doppio esatto. La Grecia, che nel tasso di lettori sta appena sopra di noi, su questa soglia scende al 4,5%. Leggere e leggere molto disegnano due mappe europee diverse, e su questa seconda mappa l’Italia sta meglio di quanto il solo tasso di lettori lasci pensare: abbiamo pochi lettori, ma quelli che abbiamo leggono parecchio più dei greci e dei portoghesi.

La statistica fantasma che tutti citano

Chi si mette a cercare questi dati incontra quasi subito una tabella famosissima, quella che incorona l’India prima al mondo con dieci ore e quarantadue minuti di lettura a settimana, seguita da Thailandia e Cina. Compare in articoli di quotidiani nazionali, in presentazioni istituzionali, in centinaia di post.

Peccato, però, non sia utilizzabile. Vi spieghiamo il perché.

Si chiama NOP World Culture Score Index e risale al giugno 2005, ventun anni fa. L’azienda che l’ha prodotta, NOP World, era stata acquisita da GfK nell’aprile di quello stesso anno: l’indice uscì subito dopo l’acquisizione e da allora nessuno l’ha più replicato né aggiornato. Nessuna metodologia è mai stata pubblicata, quindi non sappiamo come siano state misurate le ore, cosa contasse come “lettura”, se libri soltanto o anche giornali, né come fossero costruiti i campioni nei trenta paesi coinvolti. L’unico comunicato originale ancora rintracciabile in rete oggi restituisce un errore 401.

Circola solo attraverso aggregatori, riprese di seconda mano e post virali. Non esiste un dato grezzo, non esiste una revisione, non c’è un ente che se ne assuma la responsabilità.

E c’è un dettaglio che chiude la questione. L’India, il paese che quella tabella incorona, non ha a oggi una statistica nazionale sulla lettura. Abbiamo cercato. Il National Council of Applied Economic Research ha pubblicato analisi sul restringimento della “reading class” indiana, ma non produce un tasso di lettura comparabile con quelli europei. Il paese che tutti citano come quello che legge di più al mondo è, statisticamente, fra i meno documentati.

Non è un caso isolato. Ci sono almeno tre altri numeri che circolano come se fossero confrontabili e non lo sono.

  • Il Giappone. Il famoso “62,6% dei giapponesi non legge” viene dall’indagine sulla lingua nazionale dell’Agenzia per gli Affari Culturali. La domanda, testualmente, chiede quanti libri si leggono in un mese, non in un anno, ed esclude riviste e manga. Chi legge quattro libri l’anno risponde “non leggo”. Confrontare quel numero con un tasso annuale è l’errore più diffuso della stampa internazionale su questo tema.
  • La Cina. L’82,3% che viene riportato come tasso di lettura è in realtà il tasso di lettura complessivo, che comprende giornali, riviste e lettura digitale di qualunque genere. Non è un tasso di lettura di libri.
  • Gli Stati Uniti. Il 75% del Pew Research Center, rilevato nell’ottobre 2025 su oltre ottomila adulti, è un dato serio e recentissimo, ma la domanda chiede quanti libri si sono letti “all or part of the way through”, contando quindi anche quelli lasciati a metà, e parte dai diciotto anni invece che dai sedici. È una soglia più permissiva di quella europea, e il 75% americano non misura la stessa cosa del 72,1% danese.

Perfino dentro l’Europa la metodologia pesa più di quanto ci si aspetti. La Federazione degli editori spagnoli dà la Spagna al 66,2%, Eurostat la dà al 54,2%: dodici punti di differenza, dovuti solo al fatto che il barometro spagnolo considera lettore chi dichiara una frequenza almeno trimestrale, mentre Eurostat conta i libri. La Biblioteca Nazionale polacca dà la Polonia al 41% nel 2025, Eurostat al 54,6% nel 2022: stesso indicatore nominale, “almeno un libro in dodici mesi”, e tredici punti e mezzo di scarto.

È per questo che in tutto l’articolo trovate una sola classifica, sempre dalla stessa fonte.

I divari che contano sono dentro l’Italia

Il confronto con l’estero è impietoso, ma i divari interni sono più larghi di quello che ci separa dalla Danimarca.

  • Genere. Le donne leggono più degli uomini, 62,6% contro 51,2%. La forbice non resta costante lungo la vita: si allarga in età adulta e tocca il massimo fra i 45 e i 54 anni, dove arriva a 17,4 punti.
  • Territorio. Nel Centro-Nord si supera il 60%, nel Mezzogiorno si scende al 47%. Tredici punti di distanza dentro lo stesso paese, con la stessa lingua e la stessa scuola.
  • Reddito. È il dato nuovo di questa rilevazione, ed è anche il più duro. Nel quinto più ricco della popolazione legge il 72,5%, nel quinto più povero il 43,9%ventotto punti e mezzo. Messa in altro modo, il quinto più ricco d’Italia legge come la Finlandia e il quinto più povero sta molto sotto la media europea. Sono due paesi diversi che abitano lo stesso territorio.
  • Istruzione. Il rapporto è di tre a uno fra chi ha un titolo di studio alto e chi ne ha uno basso. Sulla sola lettura digitale arriva a otto a uno.

Poi c’è il dato che spiega tutti gli altri, ed è anche il più vecchio che useremo. Secondo la rilevazione Istat del 2018, che da allora non è più stata ripubblicata, i ragazzi con entrambi i genitori lettori leggevano nel 74,9% dei casi, quelli senza nessun genitore lettore nel 36,2%. Più del doppio.

Trentotto punti non li sposta nessun bonus, nessuno sconto, nessuna politica pubblica. Li sposta una persona che legge in casa.

Un dato del 2024 gira intorno alla stessa idea: il 51,9% dei bambini fra zero e cinque anni sfoglia, colora o legge libri illustrati tutti i giorni. La lettura quotidiana avviene con la madre nel 39,3% dei casi, con il padre nel 25,4%.

E i quindicenni?

Qui la storia si complica, e in modo interessante.

L’8 settembre 2026 l’OCSE ha pubblicato i risultati di PISA 2025. In lettura l’Italia ottiene 474 punti contro una media OCSE di 461: sopra la media, per la prima volta in modo netto.

Buona notizia? Solo in parte, perché la stessa pubblicazione dice due cose scomode. La prima è che la media OCSE in lettura è la più bassa mai registrata da quando l’indagine esiste. La seconda è che un quindicenne su cinque nell’area OCSE è ormai un low performer in scienze, matematica e lettura, contro il 16% del 2022.

Tradotto: l’Italia sta sopra la media di un campo che sta scendendo. Diverse riprese giornalistiche italiane attribuiscono al nostro paese un calo di quattordici punti in lettura rispetto al 2022, ma quattordici punti è esattamente il calo della media OCSE, e l’Italia nel 2022 stava a 476 secondo i dati INVALSI, il che darebbe meno due e non meno quattordici. Sospettiamo che i due valori si siano confusi da qualche parte nella catena delle riprese. Non avendo potuto consultare direttamente la scheda-paese dell’OCSE in PDF, preferiamo non dare una cifra che non abbiamo verificato.

Un dato di PISA 2025 lo riportiamo, invece, senza esitazioni, perché conferma quello che si vede fra gli adulti: in lettura le ragazze superano i ragazzi di 28 punti, e il divario si è allargato rispetto ai 19 punti del 2022.

Cosa fanno gli altri: lo Stato che compra

Il paese con lo strumento più radicale del mondo è la Norvegia, e funziona dal 1965.

Si chiama innkjøpsordningen ed è quasi banale da spiegare: lo Stato compra. Di ogni nuovo romanzo norvegese per adulti che superi un vaglio di qualità minima, il Kulturdirektoratet acquista 623 copie cartacee e 150 licenze digitali, in tutto settecentosettantatré, e le distribuisce a tutte le biblioteche pubbliche del paese il giorno stesso della pubblicazione. Per i libri destinati ai bambini fino alla quarta classe, le copie salgono a 1.860, dalla quinta in su a 1.930. Per la letteratura tradotta sono 552, per i fumetti per adulti 703.

Ci sono due dettagli che, per chi fa questo mestiere, contano quanto le cifre.

Il primo è che lo schema per la narrativa è automatico. Se l’editore iscrive il libro, quello parte verso le biblioteche alla data di uscita e il Kulturrådet paga l’onorario dell’autore e la quota dell’editore prima ancora che l’istruttoria sia conclusa. Il comitato può bocciare a posteriori, ma nel 2023 il tasso di accettazione per la narrativa automatica è stato dell’87%, 252 titoli su 291. Su tutti gli schemi messi insieme: 666 libri acquistati su 1.185 esaminati.

Il secondo è che per l’editore tutto questo significa domanda garantita in anticipo. Sapere, prima di mandare in stampa, che settecento copie sono già vendute cambia radicalmente quali libri è possibile pubblicare. È la differenza fra un romanzo d’esordio che si può fare e uno che non si può.

Va detta anche l’altra faccia. Il dibattito norvegese contesta da anni la coerenza delle decisioni dei comitati, con gialli acclamati dalla critica non acquistati e raccolte di poesia di editori affermati respinte. E c’è una cosa che ci ha sorpresi: dello strumento di politica del libro più citato al mondo non esiste una valutazione d’impatto controfattuale. Sessant’anni, e nessuno l’ha misurato.

Il prezzo del libro e la prova contraria britannica

La Francia difende il prezzo fisso dal 1981 con la loi Lang: sconto massimo del 5% al consumatore finale, fino al 9% per biblioteche ed enti pubblici. Nel 2021 ha aggiunto un pezzo nuovo, pensato per una situazione che nel 1981 non poteva esistere. Amazon spediva libri al costo di un centesimo, svuotando di fatto il tetto agli sconti; un decreto del 2023 ha imposto tre euro minimi di spese di spedizione per gli ordini sotto i 35 euro.

Amazon ha impugnato. La Corte di giustizia dell’Unione europea si è pronunciata il 18 dicembre 2025, rinviando al giudice nazionale la valutazione sulle ragioni di diversità culturale. Il 13 maggio 2026 il Conseil d’État ha respinto il ricorso, stabilendo che la misura persegue obiettivi legittimi, cioè pluralismo culturale e tenuta della rete di librerie, e non è sproporzionata. I tre euro reggono.

In Italia il tetto è del 5% dal 2020, mentre con la legge Levi del 2011 era del 15%, e restano eccezioni per i testi scolastici, per le campagne promozionali degli editori una volta l’anno e per le fiere. La Germania ha una legge sul prezzo fisso dal 2002, che copre anche gli e-book.

Poi c’è il paese che ha fatto l’esperimento contrario. Il Regno Unito ha abbandonato il Net Book Agreement fra il 1995 e il 1997, e trent’anni di dati dopo il bilancio è triplo. Nessuna delle tre parti fa comodo a chi vuole difendere una tesi.

La quota di mercato delle librerie indipendenti è passata dal 19,9% del 1998 al 9,6% del 2007, dimezzata in nove anni. I prezzi di copertina sono saliti più dell’inflazione, +49,6% contro +27,6% fra 1995 e 2007, perché gli sconti profondi si sono concentrati sui bestseller, dove lo sconto medio è passato dal 25,1% al 39,7%, e chi comprava altro ha finito per pagare di più. Ma nello stesso periodo la spesa reale dei lettori in libri è cresciuta del 59,5%, perché internet e supermercati hanno più che compensato il crollo del canale tradizionale.

Le tre cose sono vere insieme. Chi cita solo la prima sta difendendo il prezzo fisso, chi cita solo la terza lo sta attaccando, e in entrambi i casi sta scegliendo cosa mostrare. Del resto la letteratura economica è divisa: uno studio del 2024 su undici paesi europei trova che il prezzo fisso si accompagna a vendite più alte, rete di vendita più ampia e nessun effetto apprezzabile sul prezzo medio, mentre un altro studio dello stesso anno sostiene che nell’era digitale il vincolo non produce più varietà e che i suoi effetti distributivi sono regressivi, perché i consumatori a reddito basso pagano di più i bestseller mentre quelli abbienti beneficiano delle nicchie.

Noi la risposta non ce l’abbiamo. E chi ce l’ha in venti secondi, probabilmente, non ha letto nessuno dei due studi.

La Danimarca, che tassa i libri e paga gli autori

Il caso più istruttivo d’Europa è anche quello che sembra più contraddittorio.

La Danimarca è l’unico paese europeo che applica ai libri l’aliquota IVA piena, il 25%. L’Italia è al 4%, la Francia al 5,5%, la Germania al 7%; Regno Unito, Irlanda e Norvegia stanno a zero.

Nello stesso tempo, la Danimarca è il paese che paga di più i suoi autori. Il diritto di prestito pubblico esiste lì dal 1946, prima nazione al mondo a introdurlo, e nel 2018 è stata la prima a estenderlo a e-book e audiolibri prestati in rete. Nel 2024 ha distribuito circa 206 milioni di corone, attorno ai 27,6 milioni di euro, a circa 10.328 persone.

Per dare la misura di cosa significhi: il Regno Unito paga 12,40 pence per prestito, con un tetto di 6.600 sterline a testa e un fondo annuo di 6,54 milioni di sterline, per sessantotto milioni di abitanti. La Danimarca di abitanti ne ha cinque milioni e novecentomila. In rapporto alla popolazione paga circa quaranta volte di più.

L’Italia ha un fondo per il diritto di prestito pubblico dal 2006, istituito dopo una condanna della Corte di giustizia europea per il mancato recepimento della direttiva, e ha una caratteristica tutta sua: le biblioteche non pagano nulla, il compenso è a carico dello Stato, e le biblioteche statali e gli istituti scolastici sono esclusi dall’obbligo. Quanto valga quel fondo oggi, e quanti autori italiani ne beneficino, non siamo riusciti a scoprirlo, perché le pagine ministeriali non riportano l’importo. Lo scriviamo perché è un’assenza che pesa, non perché abbiamo cercato poco.

I voucher ai giovani, in ritirata ovunque tranne che qui

Dal 2016 in poi mezza Europa ha provato la stessa cosa: dare soldi ai diciottenni perché comprino cultura. Nel 2026 quasi tutti stanno tornando indietro.

In Germania il KulturPass, 200 euro ai neomaggiorenni con i libri come prima categoria di spesa, è stato chiuso il 31 dicembre 2025. La motivazione ufficiale del governo federale cita l’analisi dei comportamenti d’uso e il parere della Corte dei conti federale.

In Francia il Pass Culture è stato dimezzato nel febbraio 2025, da 300 a 150 euro per i diciottenni, con il budget della parte individuale sceso da 210,5 a 127,5 milioni. La decisione arriva dopo il rapporto della Cour des comptes del 17 dicembre 2024, che scrive che il dispositivo “non mantiene tutte le sue promesse” e rischia addirittura di approfondire le disuguaglianze culturali: l’84% dei diciottenni ne beneficia, ma solo il 68% dei giovani di estrazione popolare attiva il pass, perché lo strumento rafforza soprattutto pratiche già esistenti in chi ha già capitale culturale. Il giudizio finale è netto: “lo status quo non è auspicabile”.

In Spagna, unico caso, la barra è rimasta dritta: Bono Cultural Joven a 400 euro per tutti i diciottenni, budget di 160 milioni, quarta edizione nel 2026.

In Italia siamo andati nella direzione opposta a tutti. Dal 2024 il bonus universale è diventato selettivo, con la Carta Cultura Giovani legata a un tetto ISEE di 35.000 euro e la Carta del Merito riservata a chi si diploma con 100, e i beneficiari sono passati da 458.400 nell’ultimo anno universale, il 2023, a 258.689 nel 2026. Poi, dal 2027, la Carta Valore riaprirà quasi a tutti: 180 milioni l’anno, nessun requisito ISEE, nessun requisito di merito, basta diplomarsi prima dei diciannove anni.

Quattro paesi, quattro direzioni diverse nello stesso triennio. E qui arriva il punto: nessuno dei quattro ha pubblicato una valutazione d’impatto che dimostri se lo strumento funzioni o no. Francia e Germania hanno almeno una Corte dei conti che ha guardato le carte. L’Italia, come vedremo, non ha nemmeno quello.

L’unica cosa che sappiamo per certo

In tutto questo dossier c’è un solo ambito in cui esistono prove solide, con studi randomizzati, meta-analisi ed effetti misurati. Ed è il meno spettacolare di tutti.

Una meta-analisi del 2020 pubblicata su Review of Educational Research ha messo insieme 44 studi sui programmi che regalano libri alle famiglie: Bookstart nel Regno Unito, Reach Out and Read negli Stati Uniti, l’Imagination Library di Dolly Parton. I risultati sono questi. L’effetto complessivo sull’ambiente di lettura domestico è piccolo-moderato (d = 0,31). L’effetto su comportamenti e competenze dei bambini è simile (d = 0,29). Ma il numero di libri in casa, preso da solo, ha un effetto statisticamente non significativo (d = 0,16).

Quest’ultimo punto merita di essere letto due volte. Regalare libri, di per sé, sposta poco. Quello che sposta è l’accompagnamento: il programma più efficace di tutta la meta-analisi, con d = 0,42, è Reach Out and Read, e funziona perché prevede contatti ripetuti con operatori sanitari e la dimostrazione pratica di come si legge ad alta voce a un bambino.

In Italia un programma così esiste da ventisette anni e si chiama Nati per Leggere, avviato nel 1999 dall’incontro fra pediatri, bibliotecari e il Centro per la Salute del Bambino. Ha anche uno studio di efficacia serio, un trial randomizzato a cluster su 435 bambini arruolati a sei mesi, con follow-up fino a cinque anni. Il risultato principale è questo: fra i genitori che all’inizio non erano lettori, a tre anni erano diventati lettori costanti il 49,5% nel gruppo di intervento contro il 36,1% nel gruppo di controllo.

Tredici punti di differenza, ottenuti nel gruppo più difficile da raggiungere, con l’intervento più economico dell’intero catalogo delle politiche del libro. È anche, con ogni probabilità, quello che finanziamo meno.

Il vero divario non è quanto leggiamo. È che non misuriamo

Arriviamo al punto che, dopo una settimana passata su questi dati, ci sembra il più serio, e anche il meno comodo per tutti, noi compresi.

La Norvegia sta commissionando tre perizie esterne indipendenti, a Vista Analyse, a Menon Economics e a un professore di diritto, prima di attivare le parti più invasive della propria legge sul libro, entrata in vigore nel 2024. Lo Storting ha imposto sei condizioni di verifica.

La Francia ha una Cour des comptes che ha preso il programma di punta del proprio Ministero della Cultura e ha scritto pubblicamente che non funziona come promesso.

La Germania ha chiuso uno strumento da milioni di euro citando esplicitamente il parere della propria Corte dei conti.

Il Regno Unito ha vent’anni di letteratura accademica sugli effetti dell’abolizione del prezzo fisso, prodotta da economisti che hanno contato librerie, prezzi e canali di vendita anno per anno.

L’Italia ha quindici anni di disciplina degli sconti, dalla legge Levi del 2011 alla riforma del 2020, e dieci anni di bonus cultura, senza una sola valutazione d’impatto ex post. Non ministeriale, non parlamentare, non accademica indipendente. Le abbiamo cercate tutte e tre. Il dibattito italiano sul prezzo fisso, al 2026, è interamente argomentativo: si trovano posizioni autorevoli in entrambe le direzioni, e nessuna porta un numero.

Sul bonus cultura la lacuna è riconosciuta apertamente dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica, che segnala come non sia mai stato stimato quanto della spesa fosse indotta dal bonus e quanto sarebbe avvenuta comunque. L’obbligo di rendicontazione semestrale introdotto per la Carta Valore dal 2027 sarà il primo requisito sistematico di valutazione nella storia dello strumento. Il primo, dopo dieci anni.

Lo stesso vale per la misura di cui si parla di più in questo momento. Il fondo biblioteche vale 60 milioni sul biennio 2025-2026, con il vincolo di acquisto presso le librerie del territorio, e l’AIE gli attribuisce l’avvio positivo del mercato: +2,5% a copie e +3,8% a valore nei primi quattro mesi del 2026, pari a +16,4 milioni di euro. È plausibile, e come editori indipendenti non abbiamo nessun interesse a negarlo.

Però sedici milioni e quattro di incremento, a fronte di un’iniezione pubblica di sessanta milioni sul biennio, sono dello stesso ordine di grandezza del denaro immesso. Non sappiamo se il fondo abbia creato domanda nuova o abbia semplicemente sostituito acquisti che sarebbero avvenuti comunque, perché nessuna stima di addizionalità è disponibile. Senza quella stima, “il fondo biblioteche fa crescere il mercato” non è una misurazione: è una correlazione dichiarata da una parte interessata e ripresa dal ministero che l’ha finanziata.

Questo è il punto in cui un editore dovrebbe tacere e incassare. Preferiamo dirlo: finché non misuriamo, non stiamo facendo politica culturale, stiamo facendo spesa culturale. Che è una cosa diversa, e molto meno difendibile quando i bilanci si stringono.

Cosa ci portiamo a casa

Questo articolo è cominciato con quattro numeri diversi che rispondono alla stessa domanda, e finisce davanti a un’assenza più grande. Non sappiamo dire quanti italiani leggono, perché dipende da chi conta e da cosa chiede. E non sappiamo dire se una qualsiasi delle cose fatte per farli leggere di più, in quindici anni di regole sugli sconti e dieci di bonus cultura, abbia funzionato, perché nessuno è mai andato a vedere.

Sembrano due lacune diverse, ma sono la stessa: un paese che non stabilisce cosa vuole misurare non può accorgersi di essere migliorato, e nemmeno di aver speso male.

La richiesta minima, allora, è una sola. Ogni euro pubblico destinato alla lettura dovrebbe portarsi dietro l’obbligo di pubblicare cosa ne è stato. Non una relazione di trenta pagine: un numero. Quanti libri in più sono arrivati a quante persone che prima non leggevano. Dal 2027 la Carta Valore avrà per la prima volta un obbligo di rendicontazione semestrale, e per quanto arrivi tardi resta la notizia più incoraggiante di tutto questo dossier.

Vale anche per noi, e in modo scomodo. Il fondo biblioteche è denaro pubblico che finisce nelle casse di case editrici come la nostra, e chiederne la misurazione vuol dire accettare il rischio che la misura dica che conta meno di quanto raccontiamo. È un rischio che vale la pena correre. Se quei sessanta milioni funzionano, si difendono con i numeri invece che con gli appelli di categoria. Se non funzionano, possono andare dove l’evidenza già esiste, cioè in un pediatra che insegna a un genitore a leggere ad alta voce a suo figlio.

Perché il numero più duro di tutto l’articolo non è il 35,4% con cui l’Italia entra nella classifica europea. È 74,9 contro 36,2: un ragazzo legge, o non legge, soprattutto in base a quello che ha visto fare in casa. Un divario così si chiude nell’arco di una generazione, oppure non si chiude. E per sapere un giorno di averlo chiuso, bisogna aver cominciato a misurare molto prima.

 

 

Fonti

Dati italiani

  • Istat, Libri e biblioteche: abitudini di lettura e frequentazione. Anni 2024 e 2025, 9 luglio 2026
  • Istat, Produzione e lettura di libri in Italia. Anno 2018 (dato sui genitori lettori)
  • Istat, Focus: le biblioteche di pubblica lettura, luglio 2024
  • AIE, Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2025

Confronto europeo

  • Eurostat, More than half of EU population read books in 2022, nota di rilascio del 9 agosto 2024
  • Eurostat, dataset ilc_scp27, modulo Quality of Life di EU-SILC 2022

Dati extra-europei

  • Pew Research Center, Americans still opt for print books over digital or audio versions, 9 aprile 2026
  • 文化庁 (Agenzia per gli Affari Culturali del Giappone), 国語に関する世論調査
  • 国家新闻出版署 (Cina), 23ª Indagine Nazionale sulla Lettura, aprile 2026
  • Federación de Gremios de Editores de España, Barómetro de Hábitos de Lectura 2025
  • Biblioteka Narodowa, Stan czytelnictwa książek w Polsce w 2025
  • NCAER, India’s reading class is shrinking

PISA

  • OCSE, comunicato PISA 2025: students’ reading and mathematics performance declined sharply across the OECD, 8 settembre 2026
  • INVALSI, Sintesi dei risultati PISA 2022

Politiche del libro

  • Kulturdirektoratet (Norvegia), Ny norsk skjønnlitteratur for vaksne, automatisk innkjøpsordning
  • Kulturrådet, Årsoppsummering litteratur 2023
  • Store norske leksikon, innkjøpsordningene for litteratur
  • Conseil d’État, decisione n. 474398, 13 maggio 2026
  • Corte di giustizia UE, causa C-366/24, 18 dicembre 2025
  • Cour des comptes, Premier bilan du pass Culture, 17 dicembre 2024
  • Slots- og Kulturstyrelsen (Danimarca), Public lending right
  • Federation of European Publishers, VAT rates on books in EU countries and FEP members, aprile 2025
  • F. Fishwick, Book retailing in the UK since the abandonment of fixed prices, Cranfield School of Management
  • R. J. Williams, Empirical Effects of Resale Price Maintenance: Evidence from Fixed Book Price Policies in Europe, Journal of Competition Law & Economics, 2024
  • O. Budzinski, A. Stöhr, D. Schmid, Die Buchpreisbindung: Evergreen oder Auslaufmodell?, List Forum, 2024
  • Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Il nuovo Bonus Cultura
  • AIB, Ampliamento stanziamento Fondo acquisto libri 2025

Prima infanzia

  • M. de Bondt, I. A. Willenberg, A. G. Bus, Do Book Giveaway Programs Promote the Home Literacy Environment and Children’s Literacy-Related Behavior and Skills?, Review of Educational Research, 90(3), 2020
  • G. Toffol et al., Studio di efficacia del progetto Nati per Leggere, Quaderni acp, 18(5), 2011

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Immagine di Alvise Canal
Alvise Canal
Alvise nasce come instancabile sognatore e scrittore notturno. Dopo una proficua carriera nel web marketing, avvia la casa editrice Lumien, all'interno della quale lavora come direttore editoriale. Si occupa anche di editing e, a volte, si finge scrittore.

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Pubblicata il 22/07/2025

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Il presente documento descrive ogni aspetto relativo al trattamento dei Dati Personali degli utenti (di seguito "Interessati") operato attraverso il Sito Web, conformemente a quanto previsto dall'art. 13 del Regolamento UE n. 2016/679 (di seguito "Regolamento"). Secondo le norme del Regolamento, i trattamenti effettuati dal Titolare attraverso il Sito Web saranno improntati ai principi di liceità, correttezza, trasparenza, limitazione delle finalità e della conservazione, minimizzazione dei dati, esattezza, integrità e riservatezza.

1. Titolare del trattamento

Il Titolare dei trattamenti svolti attraverso il Portale è LUMIEN DI ALVISE CANAL come sopra definito e contattabile nei modi indicati nella sezione "Contatti" (cfr. art. 10).

3. Finalità del trattamento

Il Titolare utilizza i Dati Personali raccolti tramite il presente Sito Web per l'esecuzione delle seguenti finalità:

4. Base giuridica del trattamento

Il trattamento dei Dati Personali è lecito in virtù delle seguenti basi giuridiche, come previsto dall'art. 6 del Regolamento:

Compiti di interesse pubblico:

Art. 6(1)(e) del Regolamento – Il trattamento è necessario per l'esecuzione di un compito di interesse pubblico o connesso all'esercizio di pubblici poteri;

Consenso:

Art. 6(1)(a) del Regolamento – L'interessato ha prestato il consenso al trattamento dei propri dati personali;

5. Modalità di trattamento

Il trattamento viene effettuato attraverso modalità manuali e/o automatiche, anche tramite l'ausilio di tecnologie informatiche e telematiche (es. CRM, software gestionali e servizi di mailing list), previa applicazione di misure di scurezza tecniche e organizzative idonee a garantire la sicurezza, l'integrità e la riservatezza dei Dati Personali, in modo da ridurre al minimo i rischi di distruzione, perdita, accesso non consentito, modifica e divulgazione non autorizzata, nel rispetto di quanto previsto agli artt. 6, 32 del GDPR.

6. Trasferimento dei Dati Personali extra UE/SEE

Il Titolare non intende trasferire i Dati Personali al di fuori dello Spazio Economico Europeo. Qualora, tuttavia, per far fronte ad esigenze di natura organizzativa/produttiva, dovesse ravvisarne la necessità (a titolo esemplificativo e non esaustivo, avvalendosi di provider e/o servizi in cloud che presuppongano il trasferimento dei dati all'estero), saranno individuate garanzie adeguate per il trasferimento dei Dati Personali verso un Paese Terzo, che a seconda delle casistiche potranno essere: verifica dell'esistenza di decisioni di adeguatezza della Commissione Europea, sottoscrizione di clausole contrattuali standard e/o di norme vincolanti d'impresa, verifica dell'adozione di eventuali misure supplementari in recepimento della raccomandazione 01/2020 EDPB.

Nome FornitoreDescrizionePrivacy Policy del fornitore
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7. Periodi di conservazione

Il Titolare conserva i Dati Personali solo per i periodi di tempo necessari al perseguimento delle finalità indicate all'interno del presente documento, ovvero per le tempistiche previste da specifiche normative.

  • I Dati Personali trattati per la finalità di "Fornitura del servizio" saranno conservati per un periodo non superiore a 10 anni;
  • I dati personali trattati per la finalità di "Pagamenti e Fatturazione" saranno conservati per un periodo non superiore a 10 anni (art. 2220 c.c.)
  • I Dati Personali trattati per finalità di Marketing Diretto saranno conservati per un periodo non superiore a 2 anni, ovvero sino all'eventuale revoca del consenso al trattamento da parte dell'interessato.
  • La durata di persistenza dei singoli cookie è riportata all'interno della "Cookie Policy";
  • È fatta salva in ogni caso la possibilità per il Titolare di conservare i Dati Personali per il periodo di tempo previsto e ammesso dalla legge Italiana ai fini della "Tutela giudiziale" dei propri interessi (art. 2946 e 2947 c1, c.3 c.c.).

Decorsi tali periodi di conservazione i Dati Personali saranno cancellati o resi anonimi, se non detenuti per ulteriori finalità in forza di idonee basi giuridiche.

8. Destinatari

I Dati Personali raccolti dal Titolare del trattamento potranno essere comunicati o resi accessibili, per l'esecuzione delle finalità sopra indicate, alle seguenti categorie di soggetti:

  • Personale dipendente e collaboratori che coadiuvano il Titolare nelle operazioni di trattamento, previa espressa autorizzazione al trattamento ed eventuale sottoscrizione di accordi di riservatezza;
  • Soggetti che erogano servizi in out sourcing per conto del Titolare, in qualità di Responsabili del trattamento: fornitori di servizi informatici in cloud, liberi professionisti, società o studi professionali che prestano attività di assistenza e consulenza al Titolare del trattamento, ovvero soggetti delegati a svolgere attività di hosting e manutenzione tecnica, inclusa la manutenzione di software, degli apparati di rete e delle reti di comunicazione elettronica;
  • Autonomi titolari del trattamento a cui la comunicazione dei dati risulti necessaria ai fini dell'erogazione del servizio richiesto dall'interessato.
  • Autonomi titolari del trattamento nel perseguimento di finalità proprie (previo consenso dell'interessato);
  • Pubbliche autorità, nel caso in cui tale comunicazione risulti obbligatoria per legge.

Decorsi tali periodi di conservazione i Dati Personali saranno cancellati o resi anonimi, se non detenuti per ulteriori finalità in forza di idonee basi giuridiche.

9. Diritti dell'interessato

In ogni momento l'Interessato potrà accedere alle informazioni che lo riguardano e chiederne, la rettifica, la cancellazione, la limitazione del trattamento, e la portabilità. Potrà altresì opporsi in tutto o in parte al trattamento ed avere il diritto non essere soggetto ad un Processo decisionale automatizzato relativo alle persone fisiche, compresa la profilazione.

Per esercitare i diritti di cui agli articoli 15-22 del GDPR, l'Interessato potrà contattare il Titolare del trattamento nei modi indicati nella sezione "Contatti" (cfr. art. 10). Il Titolare del trattamento è tenuto entro 1 mese a dare risposta alla richiesta, o a comunicare un eventuale ritardo nella risposta in caso di richieste numerose e/o complesse (la proroga non può comunque superare i 2 mesi). In ogni caso l'Interessato ha sempre diritto di proporre reclamo all'Autorità di Controllo competente (Garante per la Protezione dei Dati Personali), ai sensi dell'art. 77 del Regolamento, qualora ritenga che il trattamento dei suoi Dati Personali sia contrario alla normativa in vigore.

Contatti

Per ulteriori informazioni circa il trattamento sui Dati Personali operato in esecuzione del contratto, ovvero per avanzare una richiesta di esercizio diritti, è possibile contattare il Titolare all'indirizzo e-mail: info@lumien.it