Risposta breve: sì, ma quasi mai per quello che si spera. Sono utili per informarsi, osservare e costruire relazioni; sono quasi sempre dannosi come luogo dove far valutare i propri testi o dove decidere il proprio percorso editoriale. Ecco perché.
Da qualche anno seguo attivamente diversi gruppi Facebook frequentati da scrittori, per lo più emergenti. Sono spazi seguitissimi: ogni giorno decine di autori pubblicano riflessioni, condividono scritti, chiedono informazioni e chiarimenti. Più osservo le dinamiche interne, più mi convinco che possano risultare nocivi non soltanto per la carriera di un esordiente, ma anche per la sua serenità.
Per citare Protocollo Uchronia, sono un transumanista convinto: credo che internet e la tecnologia siano strumenti potentissimi, che non vanno affatto demonizzati. Vanno però usati bene, e spesso non accade. Sui social questa tendenza è ancora più evidente: la facilità con cui si esprimono opinioni diventa pericolosa quando influenza negativamente la vita delle persone o ne ferisce i sentimenti.
Il problema non è l’idea, è l’esecuzione
La natura di questi gruppi è encomiabile, così come la missione che dovrebbero assolvere: creare uno spazio di condivisione in cui gli autori si confrontano, si aiutano e imparano a difendersi dalle dinamiche poco trasparenti del settore editoriale, quelle che possono pesare parecchio su chi prova a costruirsi una vita come scrittore.
Bastano però poche settimane di frequentazione, anche saltuaria, perché emergano due problemi ricorrenti: il clima ostile tra autori e la presenza di figure molto visibili e carismatiche che diffondono informazioni sbagliate sull’editoria e sulla scrittura. Le stesse persone che, in questi spazi, consigliano gli scrittori con apparente disinteresse spingendoli verso scelte controproducenti, talvolta per tornaconto personale, talvolta per pregiudizi difficili da decifrare.
Primo problema: il feedback che non aiuta nessuno
Chi pubblica i propri testi in un gruppo per scrittori appartiene di norma a due categorie: chi lo fa per promuoversi e vendere, e chi lo fa perché è consapevole di avere ancora molto da imparare e spera in un ritorno utile.
I primi, tendenzialmente, non ricevono nulla. Nemmeno una reaction. Stanno cercando di vendere a un pubblico che non è lì per comprare: sono autori che parlano ad altri autori, in una stanza dove tutti hanno qualcosa da vendere e nessuno da acquistare.
I secondi ricevono commenti aspri, spesso privi di valore tecnico e, non di rado, semplicemente cattivi. Si respira un clima di sfida, come se ciascuno fosse lì per dimostrare di essere il migliore e ridimensionare gli altri. È tipico dei settori in cui è difficile emergere, ma questo non lo rende accettabile. Uno spazio di condivisione per scrittori dovrebbe essere un luogo sicuro, popolato di alleati, non di avversari pronti allo sgambetto verso chi percepiscono come concorrente.
È un fenomeno legato alla facilità con cui il digitale consente di interagire, commentare e dire la propria, allontanandoci al tempo stesso dal senso di responsabilità per le nostre azioni. Eppure siamo scrittori: noi più di chiunque altro dovremmo conoscere il potere delle parole. Molti utenti se le concedono comunque, dimenticando che dall’altra parte dello schermo c’è una persona, più o meno attrezzata a incassare certi commenti.
E per quanto ci si prepari, non è mai semplice affrontarne uno spiacevole, anche quando è l’unico in un mare di apprezzamenti. L’occhio continuerà a tornare lì, e il cuore con lui. Le cose sgradevoli hanno una risonanza sproporzionata: restano addosso, si ripresentano nel momento peggiore, erodono l’autostima e la percezione che abbiamo della qualità dei nostri testi. Il risultato è che si comincia a vivere la scrittura come una cosa intima, da non condividere. E il parere degli altri inizia a fare paura.
Ci sono, naturalmente, anche autori intelligenti e capaci, felici di confrontarsi e di offrire pareri costruttivi, positivi o negativi che siano. Ci sono, è innegabile. Ma quanti? Personalmente, su quei gruppi non pubblicherei mai un testo.
Secondo problema: le fake news sull’editoria
L’arroganza di alcuni non si riversa solo nei commenti acidi, ma anche nei consigli di scrittura e di carriera distribuiti senza le competenze per farlo. In pochi giorni di frequentazione noterete la presenza ricorrente di figure che infestano i post con indicazioni deleterie.
Le informazioni sbagliate che circolano sono moltissime. Una delle più diffuse è la presunta inutilità degli editor, che secondo pochi ma rumorosi commentatori danneggerebbero l’autore, il quale potrebbe tranquillamente editare da solo i propri testi. Un’altra è la battaglia estenuante contro l’editoria tradizionale: le case editrici come male assoluto, l’autopubblicazione come unica strada saggia per un esordiente.
Nulla di più fuorviante. L’autopubblicazione è uno strumento validissimo e Amazon KDP una piattaforma accessibile e ricca di opportunità, ma è tutto tranne che una scelta da prendere a cuor leggero. Per autopubblicare servono una grande consapevolezza del proprio testo, una conoscenza solida del settore e un investimento economico non indifferente.
Self-publishing non significa pubblicare gratis e senza fatica: significa diventare editori di sé stessi, credere nella propria opera al punto da investirci per darle giustizia. Self vuol dire occuparsi di editing, correzione di bozze, impaginazione, copertina e soprattutto promozione, condotta con la stessa serietà di un editore.
Questa è la ragione per cui, personalmente, non consiglierei a un esordiente di autopubblicare: il rischio è di sprecare tempo e, peggio, di bruciare storie di valore. Va detto per correttezza che esistono percorsi self riusciti, in particolare in generi con community forti (romance, fantasy young adult, saggistica di nicchia) dove l’autore ha già un pubblico, competenze di marketing e un budget da investire. Il punto non è che il self sia sbagliato: è che raramente è la scelta giusta come primo passo, e quasi mai per i motivi con cui viene presentato nei gruppi.
A rafforzare il problema c’è la visibilità di chi crea disinformazione, che porta gli autori a cadere nella trappola con la migliore delle intenzioni.
Come riconoscere un gruppo che vale la pena frequentare
Detto tutto questo, non tutti i gruppi sono uguali e buttare via lo strumento sarebbe sciocco. Ecco i segnali che uso per distinguere uno spazio utile da uno da evitare.
Segnali positivi
- Moderazione attiva e visibile. Regole scritte, applicate, e admin che intervengono nei commenti fuori riga. Se un gruppo di 20.000 iscritti non ha mai rimosso un post, non è libertà: è abbandono.
- Presenza di professionisti che si firmano. Editor, agenti, redattori, librai che partecipano con nome, cognome e ruolo verificabile.
- Giornate tematiche o thread strutturati, che riducono lo spam e rendono le discussioni consultabili.
- Un rapporto sano tra domande e risposte utili. Aprite dieci post a caso: se i commenti sono in maggioranza polemici o autopromozionali, avete la risposta.
- Gruppi di lettori, non di autori, quando l’obiettivo è la promozione. Un gruppo di appassionati del vostro sottogenere vale cento gruppi generalisti di aspiranti scrittori.
Segnali di allarme
- Un unico personaggio dominante che risponde a tutto e non accetta contraddittorio.
- Consigli di carriera dati con certezza assoluta a sconosciuti di cui non si è letta una riga.
- Attacchi frequenti a categorie professionali intere (editor, agenti, editori) senza distinzioni.
- Nessuna traccia di persone che lavorano davvero nel settore.
- Assenza di amministratori del gruppo e di gestione dello stesso.
E una regola sopra tutte: usate i gruppi per informarvi e conoscere persone, non per far valutare i vostri testi né per decidere il vostro futuro editoriale. Sono due funzioni per cui non sono attrezzati.
Due gruppi che fanno eccezione
Dopo tutto questo elenco di problemi è giusto fare i nomi delle eccezioni, perché esistono. Sono due spazi che frequento e che rispettano i criteri appena descritti: moderazione reale, professionisti riconoscibili, discussioni che portano da qualche parte.
Scrittori e Lettori Fantasy: un gruppo attivo e amministrato con competenza, dove il livello delle risposte è mediamente molto più alto della norma e dove chi interviene sa di cosa parla. È il tipo di spazio in cui una domanda ben posta riceve una risposta argomentata invece di venti opinioni contrastanti.
Ultima Pagina – Editoria, Libri e Scrittura: il gruppo di Ultima Pagina (la cui fondatrice ha scritto un’interessante pezzo per noi sull’editoria a pagamento), uno dei punti di riferimento più affidabili in Italia sul mondo editoriale. Nato nel 2016 dall’esperienza di Writer’s Dream, il progetto affianca al gruppo un blog, un forum, un archivio di case editrici con recensioni degli autori e una newsletter. Il valore aggiunto è il taglio: si parla di libri e di mercato editoriale in modo oggettivo e documentato, che è esattamente ciò che manca altrove. Se dovessi indicare un solo posto da cui partire per capire come funziona davvero l’editoria italiana, indicherei questo.
Non è un caso che entrambi condividano la stessa caratteristica: dietro c’è qualcuno che ci mette la faccia e il lavoro. È sempre quello il discrimine.
Dove cercare invece un confronto vero
Queste dinamiche nascono dai difetti della piattaforma e di chi la usa, ma anche dalla reale complessità del settore e dalle molte meccaniche che lo regolano. Oggi chi vuole approcciare la scrittura in modo professionale deve studiare come funziona l’editoria. Non può limitarsi a domande sporadiche sui social: deve cercare voci autorevoli che lo aiutino a comprendere dinamiche spesso volutamente ambigue.
Alcune alternative concrete:
- Le risorse gratuite pubblicate da case editrici, agenzie ed editor professionisti. Blog, guide, linee editoriali: materiale scritto da chi il lavoro lo fa.
- YouTube e Instagram, dove molti autori, editor e professionisti fanno ottima divulgazione, applicando sempre lo stesso filtro: chi parla, e con quali titoli?
- Le riviste letterarie e i bandi per racconti. Sottoporre un testo a una redazione significa ricevere una valutazione professionale, non un commento estemporaneo. Anche un rifiuto motivato vale più di venti reaction.
- I gruppi di lettura e di scrittura ristretti, tre o quattro persone che leggono i lavori a vicenda con continuità. È il formato che produce i feedback migliori, in assoluto.
- Corsi, laboratori e schede di valutazione a pagamento, valutando bene chi li eroga. Un investimento contenuto in una lettura professionale evita anni di correzioni a vuoto.
La vostra arma migliore restano la conoscenza e il dubbio. Chiedetevi se quanto vi è stato detto sia corretto e, soprattutto, se chi parla abbia le competenze per farlo.
Là fuori ci sono voci autorevoli che ogni giorno provano a portare informazione seria sul web, per evitare che gli scrittori inciampino lungo il percorso. Se amate la storia che avete scritto, ascoltate quelle. Investite un po’ di tempo per informarvi e per individuare persone serie. Prendetelo come uno scudo contro le scorrettezze: ne beneficerà la vostra storia, e voi con essa.