Come scrivere dialoghi efficaci e dare la giusta voce ai propri personaggi

Come scrivere dialoghi efficaci
Indice

Scrivere dialoghi, non solo correttamente, ma anche in maniera efficace, è una vera e propria arte, in cui talento e creatività si fondono a capacità tecniche e molta pazienza.

Contrariamente a quanto alcuni credono, i dialoghi non sono né facili da scrivere né tanto meno trascurabili: essi sono senza ombra di dubbio uno degli elementi più importanti di un romanzo, in quanto assolvono a una serie di funzioni fondamentali ai fini della narrazione e della caratterizzazione dei personaggi.

Proprio per questa ragione abbiamo scritto questa guida nella quale ti spieghiamo come scrivere dialoghi efficaci, dinamici, immersivi e utili ai fini narrativi, oltre che estremamente piacevoli da leggere.

Le funzioni del dialogo

I dialoghi non servono solo a far parlare i personaggi e a farli interagire fra di loro, ma assolvono bensì un gran numero di compiti precisi all’interno della narrazione:

  • portano avanti la trama;
  • velocizzano il ritmo della narrazione;
  • rivelano un eventuale conflitto;
  • caratterizzano i personaggi;
  • forniscono informazioni sul tempo o sul luogo della storia;
  • fanno percepire l’atmosfera di una situazione o l’umore di un personaggio;
  • rendono più credibile la storia.

Essi, quindi, non dovrebbero mai essere delle “semplici chiacchierate”, ma elementi essenziali e pensati per precisi scopi narrativi. Un autore esperto e capace, infatti, è in grado di far intendere molto anche dal più banale degli scambi di battute.

Ma come riuscire in questo arduo compito?

Partiamo dalle basi.

Quanti dialoghi inserire?

“Ma se sono così importanti, allora ne andranno inseriti tantissimi!”

La verità è che non esistono regole precise che indichino la quantità di dialoghi necessaria per un buon romanzo: esistono libri stupendi che ne sono pieni, altri altrettanto validi che invece ne sono composti in minima parte, senza che questo intacchi in alcun modo il loro valore.

Non è tanto importante soffermarsi sulla loro quantità, ma di sicuro è fondamentale capire la loro funzione all’interno del testo, dal punto di vista narrativo.

Il dialogo, infatti, permette di accelerare il ritmo, sia da un punto di vista musicale che visivo; basti pensare a come, grazie agli spazi vuoti derivanti dalla presenza di un dialogo, la pagina del libro risulti più “leggera” e meno intimidatoria di una piena zeppa di testo (effetto wall of text).

Quindi, oltre ad assolvere una funzione più contenutistica, legata agli elementi che compongono la storia e ne permettono la progressione, svolge un ruolo significativo anche nel migliorare la leggibilità del testo e la sua piacevolezza.

Come scrivere un dialogo credibile

Un’altra funzione è quella di coinvolgere il lettore, ma perché la sua attenzione non si trasformi in scetticismo bisogna cercare di rendere il dialogo il più realistico possibile.

Simula la realtà, non copiarla.

Un primo punto a cui prestare attenzione è che i dialoghi non devono essere la trascrizione di una conversazione reale, ma una simulazione in grado di dare l’illusione della realtà.

Prova a immaginare, per esempio, di riportare per iscritto, per filo e per segno, una normale chiacchierata con un tuo conoscente. Quante volte vengono fatti errori o ripetizioni inutili? Quanto spesso capita di usare un lessico sbagliato o di utilizzare intercalari che mai starebbero bene all’interno di un romanzo?

Risulta chiaro, quindi, che i dialoghi devono essere studiati in maniera tale da trarre ispirazione dalla vita quotidiana, ma senza cadere in tutti quegli errori che lo renderebbero non solo difficile da leggere, ma proprio spiacevole.

Contestualizza il dialogo

Per risultare credibile, un dialogo deve essere pensato anche in relazione al contesto in cui è ambientata la scena. Le persone, infatti, parlano in modo diverso in base alla situazione e al luogo in cui si trovano.

Prova a immaginare dei marinai in due diverse situazioni: la prima, durante uno scalo, mentre brindano all’amicizia in un pub; la seconda, durante una tempesta, mentre cercano di salvare la nave dalla furia delle onde. Di sicuro, all’interno dei due dialoghi, saranno utilizzati termini differenti e sarà diversa persino la lunghezza stessa delle frasi, oltre che il loro tenore.

Questo perché, com’è logico, in un momento di riposo e serenità le persone tendono a parlare di più, a condividere esperienze e perdersi in battute o chiacchiere vuote; in un contesto stressante, invece, si tende a usare frasi più brevi, magari pure sconnesse fra loro.

Dai sempre un significato

Nella vita reale è molto comune fare e apprezzare una chiacchierata fine a se stessa, ma all’interno dei romanzi un dialogo dovrebbe essere sempre denso di significato.

Ogni battuta dovrebbe permettere di raggiungere un obiettivo, sia esso la caratterizzazione di un personaggio, l’approfondimento di alcune tematiche oppure lo svolgimento e la progressione della trama.

Prima di iniziare a scrivere un dialogo, prefissati un obiettivo da raggiungere, e poi, terminato il testo, valuta se effettivamente hai ottenuto ciò che cercavi. Poniti delle domande come: “Si percepisce che il rapporto tra i due personaggi si sta evolvendo?” oppure “Ho fatto capire che le intenzioni di questa persona sono malvagie?”.

Come scrivere dialoghi coinvolgenti

Riuscire a scrivere un dialogo verosimile, come abbiamo visto, richiede impegno, ma non è detto che questo basti a renderlo efficace: se non trasmette nulla al lettore o, ancora peggio, lo annoia, allora non ha nemmeno senso di esistere.

Utilizza il conflitto per coinvolgere il lettore

Per scrivere un dialogo stimolante, prova a inserire al suo interno un conflitto fra i personaggi che parlano, sia esso esplicito o implicito.

Ovviamente, non è così semplice ragionare in questo modo. Per semplificare (tra virgolette) la scrittura, esistono molti schemi su cui basare i conflitti nei dialoghi: ve ne riportiamo uno, quello ideato da James Scott Bell, lo schema Parent, Adult, Child (Genitore, Adulto, Bambino).

Lo schema si basa sull’esistenza di tre ruoli diversi da affidare ai propri personaggi:

  • Il Genitore detiene l’autorità e può imporla con la forza. Inoltre, ha sempre l’ultima parola.
  • L’Adulto è la persona razionale, equilibrata e obiettiva.
  • Il Bambino è emotivo, irrazionale, egoista e innocente.

Un altro modo per vedere questi ruoli è pensare allo schema “poliziotto buono, poliziotto cattivo e criminale”.

Se i personaggi si relazionano secondo questi ruoli, il conflitto sarà automatico.

Ovviamente, i personaggi possono cambiare ruolo a piacimento all’interno di una discussione, allo scopo di ottenere ciò che vogliono. Secondo James Scott Bell, l’unico problema sorge quando sono due Adulti e confrontarsi: meglio evitare questo tipo di dialogo e, se ciò fosse impossibile, generare della tensione in qualche altro modo.

È lampante, però, che per poter applicare questo schema e ottenere il massimo risultato da un dialogo, si debba agire a monte, durante la creazione dei personaggi stessi.

Scrivi battute studiate e con un obiettivo

Come abbiamo detto all’inizio, i dialoghi all’interno di un romanzo non corrispondono esattamente a ciò che sentiamo dire nella vita reale: la maggior parte delle volte ci capita di parlare del tempo, della salute… del nulla, insomma.  Ma come sappiamo, il “nulla” non è qualcosa di cui si può riempire un romanzo.

Pensa a tutte le volte che, sotto la doccia, hai pensato alla perfetta risposta che avresti potuto dare in una determinata situazione. Ecco, questo non vale per i dialoghi all’interno di un libro:

ogni battuta deve essere studiata al fine di ottenere un preciso scopo, e i personaggi non dovrebbero mai parlare a caso.

 

Dovresti pensare a un dialogo come a una conversazione avvenuta nel passato e poi corretta, revisionata, in modo tale che tutti gli scambi siano perfetti per l’obiettivo della scena, senza però risultare fittizi. La loro naturalezza deve essere preservata.

Ogni battuta deve avere uno scopo, un obiettivo da perseguire, ed è perciò fondamentale conoscere bene i propri personaggi e dar loro una voce distinta, intrisa di emozioni e intenzioni.

Come caratterizzare un personaggio attraverso i dialoghi?

Altro obiettivo che i dialoghi possono perseguire è la caratterizzazione di un personaggio. Che si tratti di un protagonista o di una figura secondaria, i dialoghi sono fondamentali per la rappresentazione di qualcuno tanto quanto le sue azioni o la sua descrizione fisica.

Grazie ai dialoghi è possibile approfondire:

  • le competenze e capacità di un personaggio;
  • la sua visione del mondo o la sua filosofia di vita;
  • i suoi gusti, abitudini ed eventuali vizi;
  • la sua educazione o la sua formazione;
  • i suoi intenti o bisogni;
  • i suoi sentimenti;

La lista potrebbe continuare all’infinito, perché infinite sono le possibilità comunicative offerte da un buon dialogo.

Per quanto riguarda l’esprimere le competenze o le conoscenze di un personaggio, prova a immaginare due persone all’interno di un laboratorio: davanti allo stesso oggetto, un chimico potrebbe parlare di “beuta”, mentre una persona inesperta userebbe termini non tecnici, approssimativi, come “boccetta di vetro”. L’utilizzo (o, al contrario, il non-utilizzo) di determinati termini è molto importante al fine di evidenziare la formazione, l’impiego o gli interessi di un personaggio.

All’interno di un dialogo è possibile evincere anche alcuni aspetti legati all’interiorità di un personaggio, ai suoi sentimenti e al suo carattere, aiutando così a renderlo un individuo a tutto tondo e credibile.

Facciamo un esempio con un estratto di Sei di Corvi, romanzo fantasy young adult di Leigh Bardugo che, a nostro parere, brilla particolarmente per la bellezza e incisività dei dialoghi, che non solo sono musicali e particolarmente ritmici, ma anche in grado di esprimere preziose informazioni utilizzando pochissime parole.

«Qual è il modo più semplice per rubare il portafogli a qualcuno?»

«Un coltello alla gola?» suggerì Inej.

«Una pistola alla schiena?» disse Jesper.

«Del veleno nella tazza?» insinuò Nina.

«Siete delle persone orribili» disse Matthias.

Con questo veloce ed efficace scambio di battute, l’autrice è riuscita a raggiungere più di un obiettivo:

  • innanzitutto, ha creato una gerarchia all’interno dei personaggi, stabilendo Kaz (il primo a parlare) come l’ideatore di un piano, e quindi anche capo del gruppo.
  • Ha dato modo ad ogni personaggio di esprimere la propria area di competenza, evidenziando le singole capacità e attitudini di ciascun individuo.
  • Ha evidenziato la cosiddetta “bussola morale” dei personaggi, marcando una linea netta fra coloro che sono d’accordo con il piano e Matthias, che si evince essere contrario all’atto di derubare qualcuno, o in generale giudica in maniera negativa le azioni proposte dagli altri.

Ricordati, inoltre, di dare a ogni personaggio un modo unico di parlare, che sia per il tono, per il lessico, per la presenza di parolacce o termini ricorrenti, per la brevità delle risposte, ecc. Ogni persona si esprime in modo diverso, ed è giusto che anche i tuoi personaggi facciano lo stesso!

La punteggiatura nei dialoghi

La scrittura di un buon dialogo passa anche attraverso l’utilizzo della corretta punteggiatura. Esistono diversi segni tipografici che possono essere utilizzati per aprire un dialogo, sia esso un discorso diretto o indiretto.

Questi possono essere di tre tipi:

  • le virgolette basse (o caporali o francesi o sergenti): «Ciao!»;
  • le virgolette alte, o semplicemente virgolette: “Ciao!”;
  • il trattino (rigorosamente medio, no lungo no corto): – Ciao!

Quali scegliere non ha importanza, ciò che conta è usarli con coerenza e non cambiare mai segno all’interno del testo. E, ovviamente, non utilizzare segni diversi, come i simboli matematici < e >, spesso utilizzati a simulare le caporali << >>, oppure gli apici ‘.

Oltre alla scelta dei segni di dialogo, bisogna prestare attenzione anche all’utilizzo della punteggiatura all’interno delle battute stesse che compongono il dialogo: ci riferiamo a punti, virgole, punti esclamativi e via discorrendo. Le regole in questo caso sono ferree e richiedono un gran lavoro di precisione, sia da parte degli autori che dei correttori di bozze, tanto che il riconoscimento di una corretta punteggiatura nei dialoghi rappresenta un capitolo molto importante in molti corsi di editing.

Vi starete giustamente chiedendo come capire quali segni utilizzare e quali regole di punteggiatura seguire (Punto fuori o dentro l’ultimo segno di interpunzione? Serve la virgola dopo il segno di chiusura, in caso di reggente esterna? Ecc.). Il nostro consiglio è quello di studiare i normari editoriali delle varie case editrici e scegliere quello che più vi piace o, ancora meglio, quello dell’editore a cui vorreste inviare il manoscritto.

Per quanto esistano delle regole ferree e insindacabili, la gestione di alcuni elementi dipende unicamente dalle scelte stilistiche della casa editrice.

L’importante, quindi, è l’uniformità.

Gli errori più comuni nella scrittura di dialoghi

Come si evince da questa guida, scrivere dialoghi non è per nulla semplice, e gli errori sono dietro l’angolo, sempre pronti a tendere un agguato agli scrittori che abbassano la guardia anche solo per un istante.

Ma quali sono gli sbagli più comuni in cui inciampa uno scrittore?

Infodump: troppe informazioni nuocciono alla salute del lettore

Come scritto da Marco P. Massai, l’infodump è: “La pratica di presentare al lettore, tutte insieme, un mucchio indigeribile e incomprensibile di informazioni.”

In pratica si presenta quando uno scrittore si perde in spiegazioni noiose, retroscena e aneddoti pesanti e non necessari ai fini narrativi i quali rendono la lettura di un testo lenta e macchinosa.

Si tratta di una pratica assolutamente sconsigliabile per la scrittura di un romanzo, e ancor di più per quanto riguarda la scrittura di un dialogo. Vediamo insieme un esempio:

“Come sta Kris, tua moglie?” domandò Frank all’amico.

Perché un amico, parlando con te, dovrebbe specificare che si tratta di tua moglie? Perché il dialogo è stato scritto da un autore pigro o alle prime armi, che non aveva voglia o non sapeva come trovare un altro modo per dare quell’informazione ai lettori.

Attenzione agli avverbi

La scrittura ha un rapporto di amore-odio con gli avverbi.

Questi possono essere più che validi in certi contesti, ma nella scrittura di dialoghi sono più dei nemici che degli aiutanti. Pensa alla definizione che hai imparato alle elementari: l’avverbio è quella parola che aiuta il verbo, spiegando di più sullo svolgersi dell’azione. Sono molto utili, certo, ma possono celare una trappola in cui molti scrittori poco esperti cadono, ovvero la spiegazione di elementi che invece dovrebbero essere mostrati (ricorda lo show don’t tell, ovvero il “mostra, non dire”).

Ecco un esempio, per chiarire il concetto:

“Credi che se la caverà?” chiese Karya, nervosamente.

L’utilizzo di questo avverbio toglie ogni dubbio sullo stato interiore del personaggio che parla, è vero, ma ruba anche righe utili che potrebbero essere utilizzate ai fini della descrizione del personaggio o dell’avanzamento della trama.

“Credi che se la caverà?” chiese Karya, tormentandosi le mani.

Scritta in questo modo, la frase non solo è più piacevole, ma risulta anche più complessa e densa di significato.  Potrebbe addirittura non servire alcuna parola aggiuntiva dopo la chiusura del dialogo, se l’autore è stato capace, prima di aprirlo, di mostrarci (e non raccontarci/spiegarci) lo stato d’animo del personaggi.

Non usare il verbo “dire”

Va bene, dai, ogni tanto lo puoi usare, non è illegale. Però per scrivere bei dialoghi, coinvolgenti e piacevoli, è indispensabile cercare di utilizzare un ampio vocabolario, variando quanto più spesso possibile i termini e i verbi utilizzati, soprattutto perché, molto semplicemente, esistono verbi ben più espressivi di “dire”, che in una sola parola riescono a esprimere un intero concetto, semplificando la vita a te e regalando un’esperienza di lettura più scorrevole e meno monotona al lettore.

Va detto, in realtà, che esistono diverse scuole di pensiero in merito. Secondo alcuni editor e insegnanti di scrittura, sarebbe preferibile utilizzare unicamente il verbo “dire”, lasciando che le sfumature del dialogo siano espresse dal sottotesto.

Per quanto ci riguarda, suggeriamo anche di ridurre le battute rette esternamente, lasciando che il dialogo fluisca in modo più naturale: un modo particolarmente efficace per incrementare il ritmo della narrazione.

Riassumendo, ecco i nostri dieci consigli per scrivere dialoghi efficaci e coinvolgenti

  1. Prendi ispirazione dalla realtà, ma non copiarla.
  2. Ricorda di contestualizzare il dialogo: dagli un luogo e un tempo.
  3. Pensa sempre all’obiettivo della scena, non lasciare un dialogo privo di significato.
  4. Utilizza il conflitto per tenere coinvolto il lettore.
  5. Dai una “voce” a ciascun personaggio, riconoscibile e unica.
  6. Ricorda di usare la punteggiatura corretta.
  7. Evita di usare il verbo “dire”, sostituiscilo con verbi più espressivi.
  8. Limita gli avverbi al minimo per seguire la regola dello “show, don’t tell”.
  9. Non perderti in chiacchiere inutili.
  10. Non scadere in infodump e pipponi illeggibili e innaturali.

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Giulia Padovan
Giulia Padovan

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