Come creare una lingua fantasy per i propri mondi inventati

creare lingua fantasy
Indice

Una lingua immaginaria è uno strumento prezioso che può arricchire una storia ambientata in un mondo altro, oppure in un futuro (o passato) lontano (o alternativo) del nostro.

Per questo, spesso, chi scrive fantastico decide di cimentarsi in questa impresa, ma non tutti sanno da dove cominciare. Questa guida nasce per fornire un metodo applicabile alle due casistiche più comuni.

Vediamole insieme.

Inventare una lingua fantasy da zero

La prima cosa di cui tenere conto, quando si progetta una lingua inventata, è la fonetica, cioè il suono che questa deve avere, perché la comunicazione nasce oralmente. Basta scegliere pochi paletti (suoni, accento, fonemi tipici) oppure prendere come reference una lingua reale da cui estrarre tutte queste informazioni.

Il secondo passo è stabilire la tipologia linguistica, che si articola in due sottogruppi:

  • tipologia morfologica, che riguarda la struttura della parola e la quantità di informazioni che riesce a veicolare tramite un singolo morfema;
  • tipologia sintattica, che riguarda l’ordine delle parole nella frase, considerando come elementi fondamentali il soggetto, l’oggetto e il verbo.

 

Le tipologie morfologiche sono ordinate secondo un indice di sintesi. Più è basso, più parole servono per esprimere un concetto e la lingua si dice analitica; più è alto più la lingua è sintetica. In ordine, abbiamo quattro macro-gruppi:

  • le lingue isolanti, «isolano in blocchi unitari inscindibili le singole parole [ed] esprimono spesso significati complessi scindendoli, ‘isolandoli’, in lessemi semplici giustapposti». La lingua isolante per eccellenza è il vietnamita, che per indicare «lo straniero» dice ngu’ò’i dàn ông la;
  • le lingue flessivo-fusive, le cui parole sono «costituite tendenzialmente da una base lessicale semplice (una radice) o derivata da uno o anche più affissi flessionali che spesso sono morfemi cumulativi». L’italiano è tendenzialmente una lingua flessiva, così come il russo e l’arabo;
  • le lingue agglutinanti, in cui le parole sono una concatenazione di morfemi giustapposti, con un valore univoco e una sola funzione. Sono agglutinanti il turco (il quale con una sola parola, söndürülememek, riesce a riassume il concetto di «non poter essere spento») e il giapponese;
  • le lingue polisintetiche, che «hanno la parola formata da più morfemi attaccati assieme, ma […] in una stessa parola compaiono due o più radici lessicali»<. Un esempio di lingua polisintetica è il groenlandese, che con una sola parola (sananiqarsimaqqaarpuq) riesce a esprimere un’intera frase («fu costruita per prima»).

 

La scelta della tipologia sintattica influisce sul modo in cui si formano le parole e, di conseguenza, le frasi. La scelta più semplice è una lingua flessivo-fusiva.

La tipologia sintattica combina soggetto, verbo e oggetto in sei possibili ordini, tutti attestati nel mondo in percentuali diverse. L’ordine basico, che caratterizza l’italiano (SVO) e il latino (SOV), prende questo nome perché è il più semplice da seguire. La tipologia sintattica è fortemente influenzata da quella morfologica, perché la ricchezza di informazioni contenute nei morfemi (come nei casi latini) influisce sulla libertà di ordinare le parole nella frase per trasmettere il messaggio corretto.

Come andare avanti

Una volta fissati questi paletti fondamentali, è possibile cominciare a costruire le parole, per le quali serviranno i morfemi, suddivisi in lessicali (che esprimono il concetto) e grammaticali (che alterano il significato del lemma in maniera predicibile dal parlante). Per una lingua isolante, sono indispensabili morfemi lessicali che esprimano concetti non semplificabili; per una flessivo-fusiva (come per un’agglutinante o polisintetica) la parte del leone la fanno i morfemi grammaticali. In questo caso, la cosa più semplice è seguire l’indice di un qualunque libro di grammatica e, per ogni voce, riempire le caselline.

Non tutti i morfemi sono indispensabili, ma alcuni servono subito: i pronomi, le coniugazioni (almeno una regolare e una irregolare), le preposizioni, le congiunzioni e i numerali. Sono gli elementi fissi del discorso. Questo perché i morfemi grammaticali non devono rischiare di coincidere con monosillabi o bisillabi portatori di un senso compiuto: «gatto» deve esprimere il concetto di «mammifero domestico tra i più noti e diffusi, appartenente al genere Felis della famiglia felidi», «gat» non può significare «due» e «-to» non può essere il corrispettivo di «-mente». Ma, una volta che i morfemi grammaticali sono stati stabiliti, non rischiano di interferire nel processo.

A questo punto, ci sono due strade, molto pratiche, che si possono seguire:

  • rielaborare parole di una lingua esistente (scelta all’inizio come modello fonetico), adattandole e mescolandole ai morfemi appena creati;
  • creare bigliettini con tutti i suoni specifici della lingua, incluse le varianti con apostrofi, dieresi e tutti i segni grafici necessari, metterli in un contenitore e pescarli. Tanto potrebbe uscire «musone» quanto «khana’eltö».

 

In entrambi i casi, è sempre bene rimaneggiare il risultato perché suoni integrato con la lingua che viene creandosi.

Vediamo qualche esempio. Poniamo che la lingua di riferimento sia l’arabo. L’avverbio da creare è «simpaticamente», che richiede l’aggettivo [simpatico] più la radice – in questo caso, «-ary». La lingua in questione non prevede generi, per cui flette gli aggettivi solo al singolare e plurale. Secondo Google Translate (che in questo caso è ottimo proprio per la sua mancanza di accuratezza, che permette di generare parole con un minimo di logica, invece di generarle a caso, con il rischio che i risultati si ripetano), in arabo «simpatico» si dice «mahbub». Quindi, «mahbubary»; rimaneggiando un po’ le sillabe, magari, «mabary».

Poniamo, invece, di aver messo in un barattolo tutte le vocali, consonanti, sillabe, dittonghi e altri fonemi interessanti. Per creare «simpaticamente» decidiamo di pescare quattro bigliettini e viene fuori «khanaeltö»; quindi «kanaeltary», ma quell’H è inutile, ci sono troppe A e sprecare quella Ö sembra un vero peccato, quindi perché non «köneltary»?

Di metodi se ne potrebbero trovare moltissimi. L’unico vero discrimine è il Principio dell’Eufonia: una parola impronunciabile verrà saltata nel testo, quindi qualunque lingua fittizia dovrà sempre essere “ottimizzata” per suonare, sì aliena, ma eufonica. A questo scopo, è bene evitare segni grafici che non abbiano uno scopo reale nell’economia della lingua (e che quindi non abbiano attinenza con le regole fonetiche stabilite all’inizio), inserire H, Y, J, K, W e altre lettere simili quando non hanno un vero scopo. Se «jhaets» si legge «gèz» renderlo controintuitivo distruggerebbe tutto il fascino della lingua in cui è inserito.

 

Creare una lingua franca

Una lingua franca è una lingua di confine tra due o più comunità di parlanti. Nella sua costruzione, sono due gli elementi di cui tenere conto: i rapporti di forza tra le comunità e la semplicità della lingua. I parlanti tendono a semplificare, quindi prediligeranno la lingua più facile da apprendere, ma i rapporti di forza (sul piano politico-economico e artistico/filosofico/scientifico-tecnologico) possono mescolare le carte in tavola.

Se le due comunità si incontrano come pari, magari per ragioni economiche, entrambe tenderanno a portare i loro concetti per contribuire al lessico. Sarà la comunità di provenienza di un certo concetto o di una certa tecnologia a imporre il proprio termine per identificarlo (mettiamo «computer» contro «calcolatore»).

Se, invece, una comunità ha conquistato militarmente l’altra, tenderà a imporre la propria lingua, specie nell’ambito della burocrazia e delle comunicazioni tra potere centrale e provincia. In questo caso, la lingua dei conquistati tenderà a permanere come sostrato, fornendo un più modesto contributo al lessico della cultura dominante (vedasi il caso della Gallia, che ha assunto il latino, ma ha comunque contribuito con parole come «basium», andato a sostituire «osculum»), a meno di non avere un particolare prestigio, riconosciuto anche dai conquistatori (qui, invece, il caso della Grecia, che ha fornito al latino molte parole arrivate fino all’italiano). Potrebbe pesare anche il fatto che una delle due cultura non abbia una parola per un concetto, per cui è facile che le importi dall’altra.

In questa casistica, dunque, l’approccio dovrà essere non solo linguistico, ma prima di tutto sociologico. Stabilite le condizioni “ambientali” in cui la lingua franca si è sviluppata, si inseriscono fattori che tendono a deteriorare le lingue originali, trasformandole in una cosa del tutto nuova: i parlanti tenderanno a sbagliare le pronunce delle parole meno familiari, a semplificare i costrutti, adattarli e mescolarli con quelli che conoscono. È un processo lungo, che tende a consolidarsi con il passare delle generazioni e dei secoli. Fioccheranno, soprattutto, neologismi che adatteranno i concetti importati da una lingua all’altra, ma anche gli slittamenti semantici che ha portato da «captivus» (cioè «prigioniero») a «cattivo» (in quanto prigioniero del demonio che induce ad azioni malvagie). Più tempo è dato alle lingue per mescolarsi, più il risultato finale risulterà distante dall’originale.

La Trigedasleng, la lingua fittizia dei grounders nella serie The 100, è la sintesi di quel deterioramento dovuto la passare del tempo – a cui contribuisce l’intenzione dei primi grounders di confondere gli abitanti di Mount Weather.

Quando due lingue si mischiano, la cosa più comune (che accade già negli anglicismi che utilizziamo quotidianamente) è vedere parole prese dalla lingua A piegate secondo le regole grammaticali della lingua B, come in «zoomare», «postare» o «twittare».

Il futuro è molto più vicino di quanto non sembri.

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Giorgia Scalise
Giorgia Scalise
Giorgia Scalise, classe ’92, è laureata in Filologia Moderna e ha un master in Mestieri della scrittura e dell’editoria dall’artigianato al digitale. Dopo uno stage di quattro mesi in Fandango Libri, ora collabora con l’agenzia di service The Bookmakers. Finalista al premio Short Kipple 2021 con Sotto un velo di cipria, ha pubblicato Amyllen sul secondo numero di «Alkalina» (2021), La metamorfosi sul primo di «Chiacchiere d’Inchiostro» (2020) e alcuni racconti nell’antologia di beneficenza Oltre le Nebbie del Tempo (2018) con lo pseudonimo di Madison A. Johnson.

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